C’è una strana legge non scritta che governa le nostre giornate.
Può andare tutto bene, eppure basta un piccolo dettaglio stonato per rovinarci l’umore. Una critica che pesa più di dieci elogi. Un errore che sovrasta i progressi. Una ferita che rimbomba più forte di ogni carezza.
Succede perché il nostro cervello non è progettato per farci felici, ma per tenerci al sicuro.
Ed è da qui che nasce il concetto di negativity bias, ovvero la tendenza a dare più peso, attenzione e memoria agli stimoli negativi rispetto a quelli positivi.
Non è pessimismo. È evoluzione.
Preferiamo non soffrire che essere felici
Negli anni ’70, due ricercatori geniali – Daniel Kahneman e Amos Tversky – hanno dimostrato un principio che oggi conosciamo come Prospect Theory:
l’essere umano è più motivato a evitare le perdite che a ottenere guadagni di pari valore.
In termini semplici: perdere 100 euro ci fa più male di quanto ci faccia bene guadagnarne 100.
Ma la cosa interessante è che questo principio non si applica solo ai soldi. Si applica a tutte le nostre esperienze emotive.
Preferiamo non rischiare una delusione piuttosto che aprirci a una possibilità.
Preferiamo non sbagliare piuttosto che provarci davvero.
E così, in modo del tutto automatico, mettiamo il dolore al centro del nostro sistema decisionale.
Il cervello registra più velocemente il dolore
Le neuroscienze confermano che gli stimoli negativi attivano una risposta più immediata e più intensa nei circuiti cerebrali, rispetto a quelli positivi.
È un’eredità antica: quando la nostra sopravvivenza dipendeva dalla capacità di riconoscere un pericolo, notare una minaccia era più importante che godere di un tramonto.
Oggi, però, questa logica di protezione rischia di diventare una trappola emotiva.
Viviamo in costante allerta, filtrando la realtà con lenti difensive. Ci abituiamo a “prevenire il peggio” dimenticando di accogliere il meglio.
Il rischio? Una felicità continuamente posticipata. O peggio: non riconosciuta nemmeno quando c’è.
Possiamo cambiare? Sì, grazie alla neuroplasticità
La buona notizia è che la mente può essere allenata.
La neuroplasticità ci insegna che le connessioni cerebrali non sono fisse, ma si modificano ogni giorno sulla base delle nostre abitudini, emozioni, intenzioni.
Coltivare uno sguardo positivo non significa ignorare ciò che non va.
Significa non lasciare che il negativo diventi l’unico narratore della nostra vita.
Ecco alcune pratiche semplici ma potenti:
- Allenare la gratitudine (anche solo per tre cose al giorno),
- Rallentare i pensieri automatici,
- Riconoscere i segnali positivi nella quotidianità,
- Praticare la gentilezza, verso gli altri e verso sé stessi.
Una mente positiva non nasce per caso
Il bias della negatività è parte di noi.
Ma ogni giorno abbiamo l’occasione di rieducare lo sguardo, riscrivendo i nostri automatismi emotivi.
Perché se è vero che il cervello registra più facilmente il negativo, è altrettanto vero che può essere guidato a riconoscere la bellezza, l’opportunità, la possibilità.
E la felicità, a quel punto, non sarà più un’illusione da rincorrere,
ma una postura interiore da coltivare.
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