Il disagio di cui nessuno parla: la nevrosi noogena secondo Viktor Frankl

Esiste una forma di sofferenza che raramente viene nominata perché non rientra nei confini tradizionali del disagio psicologico. Non nasce da un trauma specifico né da un conflitto emotivo irrisolto. Non riguarda direttamente l’ansia o la depressione clinica. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, profondamente diffuso nella nostra epoca. Viktor Frankl la definiva nevrosi noogena.

Cos’è la nevrosi noogena

La nevrosi noogena non appartiene alla sfera emotiva, ma a quella noetica, ovvero alla dimensione dell’essere umano che cerca significato, direzione e senso. È una sofferenza che emerge quando la vita smette di rispondere alla domanda più profonda che ciascuno di noi porta con sé: perché sto vivendo ciò che vivo e per cosa vale la pena continuare.

Quando il senso viene meno, l’uomo non si spezza immediatamente. Continua a funzionare, a lavorare, a produrre, a muoversi all’interno delle proprie giornate. Ma qualcosa, lentamente, si svuota. Le azioni perdono orientamento, gli obiettivi diventano meccanici, la vita procede senza una reale direzione interiore. È in questo spazio vuoto che iniziano a comparire i sostituti.

Le conseguenze della perdita di senso

Dipendenze più o meno evidenti, iperattività costante, incapacità di fermarsi, cinismo mascherato da lucidità, ansia che non nasce dalla paura ma dall’assenza di una bussola interiore. Tutti questi comportamenti hanno una funzione comune: riempire un vuoto che non trova parole. Ma il punto, come Frankl aveva ben compreso, è che questo vuoto non chiede di essere colmato. Chiede di essere ascoltato.

La nevrosi noogena non è una patologia nel senso clinico del termine. Non è qualcosa da eliminare o sedare. È piuttosto un segnale esistenziale, un appello che arriva dalla dimensione più profonda dell’essere umano. Per questo Frankl sosteneva che non ogni sofferenza debba essere curata: alcune forme di disagio non indicano una malattia, ma una mancanza di orientamento.

Nevrosi noogena e orientamento esistenziale

La nevrosi noogena non chiede sollievo immediato né soluzioni rapide. Chiede senso. Chiede una direzione. Chiede una risposta. Ed è qui che la prospettiva cambia radicalmente.

Secondo Viktor Frankl, la via non è l’introspezione infinita né il ripiegamento su di sé. La soluzione non si trova scavando ancora più a fondo nel proprio mondo interiore, ma aprendosi a qualcosa che va oltre l’io. Frankl parlava di autotrascendenza, ovvero della capacità dell’essere umano di realizzarsi non mettendo se stesso al centro, ma orientandosi verso un compito, una causa, una responsabilità, una persona o persino verso un atteggiamento dignitoso di fronte a ciò che non può essere cambiato.

Come affrontare il vuoto esistenziale

È per questo che il vuoto esistenziale non si supera accumulando piaceri, esperienze o stimoli. Non si risolve riempiendo le giornate di attività né anestetizzando il disagio con distrazioni continue. Il vuoto non si combatte riempiendolo. Si supera rispondendo.

Rispondendo a ciò che la vita chiede in quel preciso momento, anche quando la richiesta non è comoda. Rispondendo con responsabilità, anche nella fatica. Rispondendo con dignità, anche quando il senso non è immediatamente visibile.

In questa prospettiva, la nevrosi noogena smette di essere un problema da eliminare e diventa una soglia. Non è una malattia dell’anima, ma una crisi di significato. E come ogni crisi autentica, non rappresenta la fine di qualcosa, ma l’inizio di una domanda più vera.

In questo momento della tua storia, a cosa ti sta chiedendo di rispondere la tua vita?

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